La Forza c’è! Star Wars VII e il risveglio della sintassi

BB8 occhieggia

La Forza è tornata, evviva la Forza! A distanza di una settimana e qualcosa dalla seconda venuta al cinema di Star Wars, non ci prendiamo per il sedere: avrete giá più o meno avvertito tutti il Risveglio della Forza.

C’è del buono in questo, perché da un lato mi libera almeno un po’ lo scriverne dalla dittatura dello spoiler (voi il tempo ce lo avete avuto, se non lo avete visto e mo’ mi scappa qualcosa so’ cazzi vostri e del mio Lato Oscuro, ah-ha), dall’altro mi ha dato modo di leggerne parecchio in giro, di sentire tutto, il contrario di tutto, e varie opinioni molto, molto qualificate, e quindi poter cercare di scremare la propaganda dell’Impero (ops, Primo Ordine) da quella della Repubblica;  ho anche avuto il tempo di vedere il film due volte in sala, tornare dal Lato Oscuro alla luce un paio di volte e ora potermi esprimere all’insegna del Lato Cerchiobottista della Forza.

Definire il nuovo Star Wars “controverso” sarebbe un una puttanata. Tanto il successo di pubblico e critica quanto gli incassi sono una conferma pressoché incontrastabile del successo dell’operazione di recupero effettuata da Disney, e tanto temuta all’annuncio dei nuovi film dopo l’acquisto della Lucasfilm. Un successo che sarebbe da definire unanime, se non fosse che io come voi, ci scommetto, avete l’amico insoddisfatto, quello che ha le sue perplessità davanti ai ragazzi ggédi coi probblemi o che “cazzo, ma è il rifacimento dell’originale” …o se non è un vostro amico lo lo siete voi stessi: sapete cosa intendo, anch’io ho avvertito alla prima visione quel tremito nella Forza.

Star Wars: the Force Awakens è un film giusto, prima che un film perfetto.

Potrei dire che il Primo Ordine è una massa di wannabe, che tutta la prima parte è serratissima, ma mostra qualche cedimento con la seconda, ma a chi frega poi? Il suo merito più grande è quello di aver recuperato a livello linguistico la grammatica che rende incisivi e indimenticabili i film della Trilogia Originale anche oggi, un momento in cui è diventato piú evanescente nella memoria quel fortissimo senso di cambiamento rispetto ad un altro modo di fare film, quell’idea di giro di vite a cavallo tra gli anni’70 ed ’80 che ora rimane più che altro nei libri di storia e critica del cinema che nel ricordo.

È il ritorno di una sintassi precisa, fatta di diversi elementi, visuali e narrativi: l’uso dei piani, il montaggio, la coreografia delle scene spaziali; il design degli ambienti, la fisicitá di scenografie e pupazzi sposata a spazi aperti, selvaggi, sterminati e totali (un pianeta è “tutto foresta”, “tutto ghiaccio” o “tutto deserto”), un’idea che parla di rapporto con l’infinito e luoghi metafisici, prima che di altre semplificazioni; il ritmo della scrittura, l’assenza di fronzoli non necessari, il gusto per la battuta asciutta e l’azione serrata. Tutti questi sono valori fortissimi, che fanno di Star Wars ciò che è, e tutto questo nel nuovo film per grazia della Forza c’è, perseguito con un’ossessione da feticista che mi vien più da parlare di filologia che di ammiccamento.

Sarebbe puro un ammiccamento bello grosso, ma se funziona...

Sarebbe pure un ammiccamento bello grosso, ma se funziona…

Spesso quelli che vengono imputati come difetti alla serie dalla Minaccia Fantasma alla Vendetta dei Sith sono effrazioni a questa grammatica. Insieme a scelte piú prosaicamente discutibili (come lo strafalcione di casting di far interpretare nell’Episodio I Anakin Skywalker a un moccioso della Famiglia Bradford, in una sceneggiatura che richiedeva chiaramente un adolescente nel casting – fate l’esperimento: sostituite mentalmente il piccolo lord a un interprete  adolescente, non dico che il film sará più bello, ma l’impressione sará diversa), la contaminazione con il dramma storico quando non con la soap pura, le superfici troppo pulite, la digitalizzazione spinta (e oggi, magari, invecchiata male, ma è una cosa che si vede più negli scandalosi “ritocchino” ai film originali) sono i punti piú frequentemente invocati come le colpe della seconda Trilogia di Lucas (quelle vere e alcune apparenti: è diventato uno sport troppo diffuso è troppo da vincerci facile massacrare quegli episodi, quando  sarebbe più interessante recuperarne i meriti. Tre minuti di buon cinema non si negano a nessuno).

Solitamente si parla di Star Wars come di una pastiche, una mescolanza di generi in cui Lucas ha buttato dentro tutto quanto visto come spettatore negli anni formativi, ma se riconosco gli elementi di qui sopra come fulcro di definizione di Guerre Stellari un po’ vuol dire che mi sto comportando come se Guerre Stellari fosse un genere in se stesso: una sparatoria in sé è una sparatoria, ma se la ambientiamo in una cittá grigia negli anni ’20 è noir, se nel Grand Canyon è western, se in una taverna piena di pupazzi compagni di merende di Jim Henson è Star Wars.

La cumpa del castello di Maz Kanata, come ai bei vecchi tempi

La cumpa del castello di Maz Kanata, come ai bei vecchi tempi

Il recupero di questa “grammatica”, in altre forme e soprattutto per quanto riguarda la riproposizione di alcuni tropi è avvenuta giá in altri media con l’Expanded Universe ogni qual volta andava riaffermata l’appartenenza al mondo di Star Wars in un contesto inedito o apparentemente lontano. A me viene in mente quanto avvenuto con i videogiochi di Knights of the Old Republic e con i fumetti della saga di Tales of the Jedi sull’antichitá remota dell’Antica Repubblica, dove ritornano sempre: un cavaliere che cede al Lato Oscuro o ne viene tentato e deve fare delle scelte morali che decidono della sua natura; l’esistenza di una superarma fine di mondo da fermare; un’astronave che è anche una casa, che si chiami Millennium Falcon o Ebon Hawk; la presenza del tipo della “canaglia”, del pilota contrabbandiere-cowboy-pirata; citazioni, battute e riferimenti e “I have a bad feeling about this”, che si ripetono e ritornano, puntuali come un fantasma della Forza, ogni volta.

Tales of the Jedi, Dark Lord of the Sith

Collezione “Carbonite Uomo” Autunno-Inverno, 5.000 anni prima della Battaglia di Yavin…

L’universo “multimediale” e allargato di Star Wars è sempre stato molto evoluto e dotato di logiche avanzate di gestione di serialità e continuity, e non mi stupisce molto sapere che è stato deciso per il colpo di spugna sull’Expanded Universe post-battaglia di Yavin (con un bel punto di domanda su 36.000 anni di prima di invenzioni di altri autori); una mossa piú drastica rispetto a quanto fatto prima, quando i nuovi film avevano “precedenza” su qualsiasi roba scritta o disegnata in precedenza, ma non era stata intrapresa una tabula rasa per ripartire da zero: di fatto, la riscrittura dei nuovi film è un EU in competizione con quello esistente.

Ci sono molte similitudini con quanto fatto da Disney dopo l’acquisizione della Marvel, ma differenze fondamentali: là c’era un’operazione ingegnosa di creazione di una continuity completa al cinema (questo, soprattutto, il fatto nuovo) esprimendosi sopra un’accumulo quasi secolare di storie a fumetti, ma senza un’unità stilistica e tematica di fondo sul grande schermo. Qua invece quell’unità è la sola base su cui costruire una dimensione di continuità nei prossimi anni (solo per cominciare, una trilogia e tre spin-off, poi… Chissà).

Il nuovo Star Wars è espressione dell’ultimo cinema hollywoodiano, dove la dimensione del progetto cresce su quella del film, e sul concetto di autore classico, e li supera: è piuttosto emblematico il fatto che sia la prima serie a mia memoria in cui gli stessi fan si auspicavano che venisse tolta al creatore originale e affidata a qualcun’altro. A questo punto, non ci si può aspettare che arrivi uno come George Miller a riprendere in mano “il suo” film e spacchi tutto, perché se Lucas ci (ri)provasse, la reazione sarebbe quella di trovarsi una barricata di fans: “Cos’è che vuoi spaccare tu?”. In pratica Abrams è stato chiamato a fare il governo tecnico, tipo Mario Monti, ma con più consenso, o, ancora meglio, il lavoro del restauratore. Quanto a questo, senza fare dietrologie, si è mosso probabilmente nel migliore dei modi, ripristinando quella grammatica originale con rigore e rispetto.

Muovendosi su dimensioni ambigue è riuscito a percorrere quel filo sottile che separa la ruffianeria conclamata dal tributo e dalla conoscenza di mezzi e linguaggi, anche con in mano ingredienti pericolosissimi da maneggiare e in odor di marketing:  le tentazioni del genere Young adult, che per fortuna rimangono contenute all’età anagrafica di una pur buona percentuale del cast; la protagonista femminile, quasi un debito obbligato dopo gli Hunger Games, impara la forza in cinque minuti, è amata da tutti e al primo colloquio ottiene un posto indeterminato da Han Solo, ma è mantenuta un passo al di qua della Mary Sue soprattutto perché (anche se secondo me un’attrice brava è fatta diversa) è profondamente in parte, comunicando con le sole caratteristiche fisiche di Daisy Ridley (carina, ma acerba, con i denti grossi e il culotto basso) le vulnerabilità che il suo personaggio deve possedere per non risultare insopportabile.

Graziosa e Pedobear approved.

Graziosa e Pedobear approved.

Visto il contesto di produzione, ci sono alcuni momenti che rischiano di risultare calcolati e artificiosi, in particolare un certo passaggio che teoricamente dovrebbe essere il momento emotivamente più alto dove che in qualche modo suona preparato in maniera un po’ fredda (non vi sto a dire quale, per quel poco rispetto che nutro per chi ancora non ha visto il film, ma per tutti so che il vostro primo commento non è stato “Noooooooooooo”, ma “No, ma per colpa di ‘sto babo?).

Anche a fronte di questo esiste un contraltare, e mosse inaspettate: quell’altro momento in cui a tutti sono caduti i coglioni in cui (spoiler alert?), Kylo Ren toglie la maschera e svela un ritratto parecchio diverso rispetto a un marketing fuorviante e alle aspettative del pubblico, a qualche giorno di distanza dalla visione (e raccolti i coglioni) risulta (e secondo me, lo sarà ancora di più con gli sviluppi futuri che intravedo) il momento più coinvolgente. Quello che ci aspettavamo come un cattivo a tutto tondo è un ragazzo vulnerabile e un po’ emotronico, niubbo del Lato Oscuro, che le prende da una donna al suo primo duello. Le bestemmie sono volate alte in sala, ma a pensarci a freddo non ci sono veri errori o contraddizioni in come è stato scritto, e fuori dal cinema siamo qui ancora, tutti, sempre, a parlare di lui. Passerà alla storia come il primo belloccio da copertina di cui si nota la somiglianza con Herbert Ballerina, ma Adam Driver è un attore di caratura: non finirà qui.

Ecco, questo magari non lo fare.

Ecco, però questo magari non lo fare.

Ci sono grandi pregi di natura tecnica, sviluppi non così scontati, nonostante le apparenze, e molte mosse impeccabili, che vanno al di là della confezione di un prodotto. Se critica e fanboy stavolta, incredibilmente, condividono la linea, chi siete voi dissidenti che non siete né l’uno né l’altro, e i difetti del film li avete beccati tutti e avete un retrogusto strano? Siete quelli  di cui non condivido l’opinione, ma a cui dare ascolto: perché la grammatica corretta è il punto di partenza, non di arrivo.

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"Un coniglio grande e possente. Suoi simboli sono il martello onniveggente e la falce vendicativa." - UrbanDictionary.com -

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